La Tecnam nasce nel 1949 con il nome “Partenavia“, fondata dai fratelli Giovanni e Luigi Pascale (fin da giovanissimi appassionati di modellismo), per poi essere rifondata nel 1986 con il nome che oggi conosciamo. È proprio nei meandri di questa azienda che ho passato una fantastica giornata, totalmente organizzata dal Dott. Stefano Mavilio che non solo è riuscito a ritagliarmi del tempo per intervistare il Prof. Luigi Pascale, ma è stato anche così gentile da farmi fare un giro in azienda tra i diversi hangar e rispondere a qualche domanda.

 

“La Tecnam è oggi produttrice di più di 33 modelli di aereo, progettati in materiali differenti: acciaio, alluminio e compositi e tutti i nostri velivoli sono approvati tramite certificati EASA. Oggi ci vengono ordinati aerei in circa 65 paesi nel mondo, compresa la NASA (che ci commissionò un aereo elettrico P2006). Il segreto dell’azienda è che questa punta a produrre aerei ECONOMICI e, quindi, non difficilmente acquistabili, senza contare che produciamo da noi non solo gli aerei, ma anche i macchinari che dovrebbero produrre stress su questi ultimi; inoltre possiamo vantare di piloti che fungono anche da costruttori: da soli potrebbero essere in grado di progettare un intero aereo. L’ultima creazione della Tecnam è il P2012 “Traveller” , commissionataci direttamente dall’America: questo prevederà un sistema di ala alta e carrello fisso (resistente e di basso costo), poiché sarà utilizzato solo per tragitti brevi (costruito, però, in modo tale da poter fare due viaggi al giorno), inoltre prevederà un motore a pistoni anziché a turbina. Il volo inaugurale è previsto entro Luglio 2016.”

Il Dott. Mavilio pubblicherà a breve un libro che racconterà la storia della Tecnam e dei suoi fondatori, e si intitolerà “L’aviazione dei fratelli Pascale”.

Dopo questo interessantissimo giro sono riuscito ad incontrare di persona il Prof. Luigi Pascale, che si è mostrato subito molto affabile e disponibile, pronto a rispondere ad alcune domande. Il Prof. Pascale si laureò nel 1948 all’Università degli Studi di Napoli “Federico II” in Ingegneria Meccanica, costruendo il suo primo aereo (P48 “Astore”) a soli 25 anni. Il 25 Febbraio 2016 ha ottenuto la laurea Honoris Causa in Ingegneria Aerospaziale, sancendo così in modo ufficiale il suo enorme contributo al mondo aeronautico.

Closeupengineering.it
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Come è nata la sua passione nell’ambito aeronautico, avendo studiato ad ingegneria meccanica?

Quando mi laureai 70 anni fa, nel 1948, esisteva esclusivamente la sottosezione meccanica. Di aeronautica c’era soltanto un complementare che si chiamava “Costruzioni aeronautiche” – cattedra istituita dal Generale Nobile – e poi c’era un altro complementare che era “Motori per Aeromobili”. Io , quando mi laureai in meccanica, scelsi questi due complementari. Quando mi laureai potetti fare una tesi di ambito aeronautico: la tesi la feci su una turboelica, e la tesina sul mio primo aeroplano ( il P48). Approfittati di questi due complementari per dare una sfumatura aeronautica. Poi con l’aiuto del Generale Nobile -fui suo assistente per molto tempo – nel 1953 (5 anni dopo la laurea) presi la libera docenza di “Costruzioni Aeronautiche”.

Come definirebbe la sua esperienza di studio alla Federico II e, in particolare, com’era lavorare con il Generale Umberto Nobile?

Era estremamente interessante: con il Generale non bisognava prendere confidenza, era molto formale. Nonostante io sia stato con lui circa 10 anni, dovevo chiamarlo “Signor Generale”. Ricordo che veniva con me in Lambretta: siccome lui compiva spesso il traggitto Napoli-Roma e Roma-Napoli e alcune volte mancava il tempo, chiedeva di tornare con me. Parlava rarissimamente della sua vita, però – cose che non tutti sanno – lui era un grande studioso e un grande insegnante di Aerodinamica e Costruzioni Aeronautiche. All’epoca non c’erano i computer, quindi l’arte della grafica era importantissima: per esempio tutta la meccanica del volo era fatta con diagrammi logaritmici o semi-logaritmici. Mi ricordo che quando il Generale faceva delle lezioni di aerodinamica che riguardavano il teorema di                Kutta-Joukowski, o quando doveva parlare dei metodi per passare dall’effetto Magnus sul cilindro a quello sull’ala – quindi bisognava applicare la teoria delle trasformazioni conformi- era bravissimo. Questo per dire che il Generale Nobile, oltre ad essere un grande esploratore e uomo di grande coraggio, era anche un grande insegnante ed educatore. Io ci tenevo moltissimo ad avere a disposizione una galleria aerodinamica degna di questo nome, e lui diede la sua approvazione: fummo ricevuti dall’Ingegnere Capra – le porte si aprirono subito, perché lui era molto conosciuto – e cominciammo subito i lavori. La galleria doveva essere azionata con l’energia elettrica ( potenza di circa 300 Hp, più di 250 KW) e allora proposi di usare un motore di aviazione, cosa che il Generale ordinò subito al Ministero Aeronautico. Questa galleria è tutt’ora in funzione. Fu importantissima per me, perché ogni aeroplano che ho progettato nella mia vita l’ho provato nella mia galleria.

Lei ha detto che il Generale Umberto Nobile era un tipo formale e che non raccontava molto di sé. Come è riuscito a entrarci in così stretto contatto?

Voi siete giovani, dovete capire una cosa:”Il regista della vostra vita è il caso”. Io ero un aeromodellista, e un giorno scrissi una memoria sulla stabilità dei modelli volanti. Siccome, allora, nelle macchine da scrivere era difficile trovare lettere greche, per rendere questa memoria presentabile per una rivista (“L’ala”), la portai a stampare da Pirotti: combinazione volle che il manoscritto andasse in mano al Generale Umberto Nobile. Tramite il Professore Guerra – assistente di ruolo all’epoca – il Generale mi mandò a chiamare e mi nominò Assistente Volontario. Altro colpo di fortuna, il padre del professor Guerra (Professore di Architettura Tecnica) chiamò il figlio, dato che prima esisteva questa “discendenza” della cattedra, e così si liberò il posto di assistente incaricato, che toccò a me. Diciamo la verità, non avevo alcuna intenzione di diventare professore universitario, io volevo costruire aeroplani e per farli mi serviva il tunnel aerodinamico, e l’ho ottenuto convincendo il Generale.

Come si è sentito quando le hanno attribuito la laurea Honoris Causa in Ingegneria Aerospaziale?

Io, a dire la verità, di solito sono molto “alieno” a queste cose. Ho avuto la fortuna di creare un’azienda di successo, ma a me piace solo costruire aeroplani. La laurea mi ha fatto molto piacere perché è stato il suggello ufficiale di quella che è stata la mia vita, costruisco aeromodelli da quando avevo 15 anni e ora ne ho 92: insomma, ho sempre fatto questo. Il mio unico lamento è quello di essere stato monocorde, mi sarebbe piaciuto fare anche qualche altra cosa oltre gli aeroplani, l’unica cosa diversa che ho creato sono stati gli Hovercraft.

Dopo il P2012, cosa prevede il futuro del mondo aeronautico?

Se non avessi il limite anagrafico, avrei tante cose da fare: farei subito, per esempio, una versione del P2012 pressurizzato, con due turbine; ho anche un piccolo Jet commissionato dall’areonautica militare (presente nei comunicati stampa come PJET).

Ha qualche messaggio che vorrebbe lasciare a tutti gli studenti di Ingegneria Aerospaziale?

Il messaggio che mando è che se non c’è passione è meglio fare altro, perché non ne vale la pena. A me piaceva volare, quindi ho fatto gli aeroplani proprio per volarci sopra. Per chi è appassionato, invece, è una cosa bella, possono anche trovare una tinteggiatura di romanticismo nel volare. Uno dei punti che possono interessare maggiormente è l’avere a che fare con persone di un certo livello: nella mia vita ho avuto a che fare con principi e magnati,che mi commissionarono aerei come P52 e P55. Oppure, in ambiti come meeting aeronautici, si arriva anche a conoscere importanti personaggi di tutta Europa e oltre: io ho avuto la fortuna di conoscere famosi progettisti americani, insomma ho fatto davvero un milione di cose.

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