A cura di Mirko Paolella

Le esplorazioni spaziali, sin dall’antichità, hanno affascinato l’uomo.

Con il passare degli anni, mediante il progressivo sviluppo tecnologico, l’umanità è stata in grado di ampliare sempre più gli orizzonti: dai primi voli orbitali intorno la Terra, al lancio di sonde verso Marte per un’ analisi più accurata del Pianeta rosso.

Il lancio di una sonda spaziale in orbita viene effettuato mediante un vettore, ossia un veicolo propulso mediante endoreattori, quasi sempre costituito da più “stadi”, ciascuno propulso per fornire la spinta soltanto per una parte del viaggio complessivo.

Di tutto il missile che si vede sulla rampa di lancio, il carico utile occupa soltanto la punta;  tutto il resto è costituito dai sistemi propulsivi a razzo dei vari stadi, nei quali la gran parte del volume è occupata dalle grandi quantità di combustibile ed ossidante che servono per mandare nello spazio il carico utile.

Gli oggetti incontrollati senza alcuna utilità come: stadi del lanciatore, materiale espulso dai motori o frammenti di satelliti, rappresentano un pericolo durante le missioni nello spazio, in quanto il lancio in orbita di successive sonde potrebbe essere compromesso mediante colluttazioni con essi.

Il contributo dell’Agenzia Spaziale Europea

Siccome in seguito a successivi lanci spaziali, la quantità di detriti potrebbe crescere, i livelli di rifiuti in orbite basse sono destinati ad aumentare inesorabilmente.

Il modo più efficace per scongiurare questa reazione a catena e stabilizzare la “popolazione” di detriti in orbita, è quello di rimuovere oggetti di grandi dimensioni, ormai inutilizzati, dallo spazio.

A tal fine, l’Agenzia Spaziale Europea (ESA) , con l’iniziativa Cleanspace, sta sperimentando un approccio ecologico alle attività spaziali, preservando l’ambiente orbitale come una zona sicura, privo di detriti.

Una sfida, tre soluzioni

Dal 2012, l’iniziativa Cleanspace dell’ESA, ha preso in considerazione in modo sistematico l’intero ciclo di vita delle attività spaziali: dalle prime fasi di progettazione al termine della missione.

L’iniziativa segue tre strade le quali potranno garantire un primo passo per affrontare il futuro delle missioni spaziali in maniera sostenibile.
Esse sono:

  • EcoDesign: Adottare tecnologie verdi per rispettare l’ambiente spaziale.
  • CleanSat: Progettare per ridurre la produzione di detriti spaziali.
  • eDeorbit: Rimuovere detriti spaziali.
Cleanspace: iniziativa e.Deorbit
Credits: esa.int

Panoramica della missione e.Deorbit

Un veicolo spaziale di circa 1600 Kg, sarà lanciato a bordo di un razzo Vega in una orbita quasi polare ad un’altitudine di 800-1000 km (500-620 mi).

Una volta in orbita, la sonda eseguirà un’operazione di rendezvous, il cui fine primario è l’aggancio (docking) con il satellite inutilizzato grazie alla presenza di meccanismi atti alla realizzazione dell’agganciamento quali bracci robotici, reti ed arpioni, tuttora in fase di sperimentazione e di collaudo.

Questa rimozione sarà effettuata spostando gli elementi ad alta velocità e alta precisione nell’atmosfera terrestre, facendoli bruciare.

Cleanspace: Progetto e.Deorbit
Veicolo spaziale che eseguirà l’agganciamento. Credits: esa.int

Quadro complessivo della missione e.Deorbit

La missione proposta per il 2024 è ancora oggi  in fase di sviluppo attraverso l’iniziativa SpaceClean dell’ESA. Gli accordi conclusivi saranno proposti al prossimo Consiglio dell’ESA a livello ministeriale, nel 2019.

Pertanto e.Deorbit sarà la prima missione adibita alla rimozione di detriti nello spazio, e fornirà l’opportunità alle industrie europee di mostrare le loro capacità tecnologiche nell’affiancare al continuo progresso la salvaguardia dello spazio che ci circonda.

 

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