Sia per le spiagge, che per la biodiversità vegetale e animale, i tropici sono sempre stati considerati dei veri paradisi in terra. Queste nazioni però, possono diventare un inferno se colpite dal fenomeno meteorologico più potente che ci sia sulla Terra: gli uragani tropicali.

Tutto comincia nell’oceano, dove le calde temperature dei mesi estivi superano i ventisette gradi Celsius. È qui che la rapida evaporazione della superficie marina e le grandi masse di acqua calda e umida molto leggere, si innalzano rapidamente in zone di bassa pressione. Sotto queste condizioni, la violenta corrente ascensionale si trasforma in un gigantesco vortice. L’occhio è il potentissimo motore dell’uragano, intorno al quale comincia a organizzarsi, grazie al trasferimento del calore dalle acque dell’oceano alle alte quote dell’atmosfera.

I Lockheed WP-3, i due gli aerei più spericolati al mondo, si tufano ogni anno dentro gli uragani per cercare di creare delle previsioni meteorologiche sempre più accurate.
Uragano Irma durante il suo passaggio sopra le Antille, settembre 2017. Credits: NOAA

Una volta formata la tempesta, essa diventa visibile al satellite come il classico accumulo nuvoloso, che può arrivare ad avere anche un diametro di 700 Km. Intorno all’occhio del ciclone si formano dei cumuli temporaleschi che possono arrivare fino a 10 Km di altezza.

Negli Stati Uniti, la NOAA (National Oceanic and Atmospheric Administration) sita a Miami, è l’ente che si occupa di prevedere la traiettoria delle tempeste che si originano nell’oceano Atlantico e Pacifico. Si potrebbe pensare che con le attuali tecnologie satellitari dovrebbe essere un’impresa facile, ma le cose non stanno proprio così.

Sfidare il mostro

Un’immagine da satellite mostra le nubi più alte dell’uragano ma è imprescindibile conoscere cosa c’è sotto. L’unico modo per ottenere dati precisi sulla struttura, e quindi avere previsioni sempre più accurate, è uno solo: volarci sopra e misurare i parametri più importanti come la velocità e direzione del vento, la temperatura, l’umidità e la pressione.

I Lockheed WP-3, i due gli aerei più spericolati al mondo, si tufano ogni anno dentro gli uragani per cercare di creare delle previsioni meteorologiche sempre più accurate.
Un WP-3 mentre sorvola un ciclone. Credits: www.sim-outhouse.com

È possibile volare e addentrarsi nel più violento fenomeno atmosferico del nostro pianeta?

Di solito gli arerei come ben noto, si tengono alla larga da qualsiasi fenomeno che possa mettere in pericolo il velivolo. Tutti gli aerei tranne il Lockheed WP-30 Orion che la NOAA impiega proprio per volare nel bel mezzo dei mostri meteorologici.

I “cacciatori di uragani”, come sono meglio conosciuti, sono aeroplani a eliche che presentano dei rigonfiamenti nella parte bassa della fusoliera e nella coda. Qui sono presenti i radar dopler capaci di misurare velocità e direzione dei venti.

Prodotti dalla Lockheed Corporation, i WP-3 sono una versione modificata dei classici P-3 Orion usati anche in ambito militare. Sono stati introdotti nel 1976 e ne esistono due esemplari appartenente alla NOAA.

Lunghi 35,6 m e con un’apertura alare di 30,4 m, questi velivoli raggiungono la velocità di 754 Km/h e possono sollevare fino a 63400 Kg. Sono equipaggiati con quattro motori Allison T56-A-14 turboprop per una potenza totale di 3700 kW ciascuno.

Forse con l’obiettivo di rendere questo lavoro più ameno (nel limite del possibile), i due velivoli, costituenti la punta di diamante del NOAA, sono stati sopranominati Kermit e Miss Peggy, in onore dei due amati pupazzi della serie televisiva per bambini “I Muppet”. Il logo degli aerei è stato disegnato negli anni 80’ dalla stessa Jim Henson Productions, casa di produzione titolare dei diritti dei Muppet.

Una missione al limite del pericolo

I Lockheed WP-3, i due gli aerei più spericolati al mondo, si tufano ogni anno dentro gli uragani per cercare di creare delle previsioni meteorologiche sempre più accurate.
Un cacciatore all’interno dell’uragano Katrina nel 2005. Credits: www.wallpapers-web.com

Su questi aerei vengono montati dei veri laboratori meteorologici con numerose postazioni che permettono, a una decina di scienziati, di elaborare i dati raccolti durante il volo e di trasmetterli alla base dove vengono fatte le previsioni.

Durante queste missioni sono inoltre lanciate anche una decina di sonde, che attaccate ad un paracadute, scendono sballottate dai venti dell’uragano e nella discesa raccolgono altre preziose informazioni.

Timothy O’Mara, comandante della NOAA, ha raccontato in più di un’occasione che una volta arrivati alla periferia dell’uragano, i WP-3 volano per circa un’ora prima di trovare l’occhio. Una volta sopra il vortice, segnano la posizione ed escono dall’altra parte, per poi riattraversarlo di nuovo e così via. La missione dura dalle 8 alle 10 ore in una rotta che assomiglia il numero 4.

Senza dubbio, la sfida più grande che incontrano le persone che lavorano sui cacciatori di uragani, è mantenere la stabilità dell’aereo. Quando ci si avvicina all’occhio, la turbolenza è talmente forte, che una persona sola non riuscirebbe a pilotare l’aereo. Infatti bisogna essere in 3: il comandante mantiene il volantino dell’aereo e tenta di pilotarlo, mentre l’ingegnere di volo manovra il motore con la manetta e il pilota legge gli strumenti a voce alta.

I Lockheed WP-3, i due gli aerei più spericolati al mondo, si tufano ogni anno dentro gli uragani per cercare di creare delle previsioni meteorologiche sempre più accurate.
Un ER-2 della NASA. Credits: NASA

Anche se ormai gli uragani sono fenomeni ben conosciti dai meteorologi, restano ancora delle incognite. Ad esempio: perché delle tempeste apparentemente molto deboli, nel giro di poche ore si trasformano e diventano degli uragani potentissimi?

Per cercare di dare risposta a questa domanda si impiegano altri aerei come l’ER-2 della NASA che è in grado di raggiungere quote altissime oppure un Douglas DC-8 opportunamente rinforzato e carico di sofisticati strumenti.

 

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